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Stati Generali del Centro: l’intervento di Lorenzo Cesa PDF Stampa E-mail

Chianciano Terme 11 SETT 2009.
 
Care amiche, cari amici,
un grazie innanzitutto a voi per la vostra presenza e per la vostra partecipazione che - sono certo - sarà attenta ed appassionata in questi tre giorni. Grazie al Sindaco e ai cittadini di Chianciano per la cortesia e la grande disponibilità con cui hanno accolto anche quest’anno l’invasione dei giovani, delle donne e degli uomini di Centro in questa deliziosa località.
Mi sia consentito, in apertura del mio intervento, di rinnovare a 8 anni dai tragici attentati terroristici delle Torri Gemelle il nostro incondizionato sostegno all’America e ai suoi valori di civiltà e di democrazia.
Oggi più che mai ci sentiamo tutti orgogliosamente Americani! Guardiamo in silenzio questo filmato, per non dimenticare le vittime innocenti del terrorismo: è questo il motivo per cui i nostri militari operano nelle zone più rischiose del mondo, con coraggio e abnegazione.

Cari amici…
se avessimo limitato i nostri orizzonti alle vicende dell’Unione di Centro, quest’anno forse ancora più che in passato, avremmo dovuto organizzare qui a Chianciano una grande festa per celebrare il partito e tutti gli amici che negli ultimi dodici mesi si sono impegnati per conseguire i risultati positivi che abbiamo ottenuto.

Abbiamo molte ragioni per essere soddisfatti del lavoro svolto fin qui e molte altre per essere fiduciosi guardando al futuro del Centro. 
Ma il nostro è e vuole continuare ad essere un partito responsabile, capace di porre in ogni momento l’interesse del Paese davanti al proprio e per questo, in una fase tanto difficile, abbiamo scelto di non organizzare la tradizionale festa come negli anni passati ma di utilizzare questi tre giorni per discutere delle nostre idee e dei nostri progetti per aiutare l’Italia a superare una fase di crisi senza precedenti dal dopoguerra ad oggi.

 

Una crisi che, dopo aver colpito pesantemente l’economia italiana, sta ora logorando anche le istituzioni, la convivenza civile, i rapporti tra l’Italia, l’Unione Europea e gli altri organismi internazionali, ma soprattutto la tenuta civica e morale del Paese.
Una crisi che sicuramente ha origini straniere ma che viene ingigantita e resa ogni giorno più virulenta da un male tutto italiano che è sfuggito ormai da ogni controllo.
Il bipolarismo estremista che mira a umiliare e distruggere tutto e tutti, che non ha tempo da dedicare alla soluzione dei problemi concreti dei cittadini perché ogni energia va utilizzata per demonizzare. Colpire ed annientare chiunque la pensi in modo diverso.

Cari amici, noi dobbiamo rappresentare la speranza concreta che tutto questo possa finire. La rappresentiamo perché poco più di un anno fa, alle elezioni politiche, il bipolarismo estremista ci aveva individuato come i nemici più pericolosi e messi nel mirino, ma non è riuscito a centrare il suo obiettivo.
Il Centro fuori dal coro andava eliminato, votare per noi sarebbe stato inutile, tutti gli italiani si sarebbero dovuti dividere collocandosi in due partiti.

Al massimo gli sarebbe stato concesso di scegliere i due satelliti, la Lega e Di Pietro, ma sarebbe stata comunque una scelta di passaggio.
Perché alla fine il bipartitismo avrebbe trionfato, finché, come in quel film di fantascienza degli anni ’80, Highlander, dalla guerra senza regole tra i due giganti, “non ne sarebbe rimasto uno solo”. Se a distanza di poco più di un anno quel progetto è fallito è soprattutto grazie a noi.

Ad aprile del 2008 più di due milioni di italiani hanno dichiarato con il loro voto che non erano più interessati a partecipare a questa lotta senza senso che si trascina ormai da quindici anni sulle spalle del Paese ed hanno preferito un’altra via, quella dell’Unione di Centro.
La nostra, voglio ricordarlo, non è stata certo una scelta di comodo.
Avremmo potuto accettare l’invito ad entrare nel Pdl e ci saremmo ritrovati al governo per cinque anni.
Avremmo potuto occupare poltrone ministeriali e gestire un potere che nessuna maggioranza ha mai avuto nella storia repubblicana.

Ma abbiamo avuto il coraggio di rinunciare a tutto questo per salvaguardare i nostri ideali e non svendere i nostri valori.
Anche dopo le elezioni politiche il bipolarismo estremista ha continuato a tentare di cancellarci ma alla fine ha dovuto arrendersi.
Hanno giocato al calciomercato con i nostri dirigenti.
Soprattutto il Pdl ha riempito di lusinghe e promesse decine e decine di quadri e dirigenti di partito in giro per l’Italia.

Il risultato è stato che chi si è fatto irretire dalle promesse è stato inghiottito ed è scomparso nel magma informe di un partito in cui conta solo il leader e tutti gli altri non esistono.
Mentre noi abbiamo continuato a raccogliere consensi.
Lo si è visto in tutti gli appuntamenti elettorali dell’ultimo anno.
A partire dall’Abruzzo, dove pensavano di farci sparire portandoci via tutta la classe dirigente e poi hanno dovuto ricredersi alle regionali dello scorso dicembre quando abbiamo raccolto ugualmente gli stessi voti delle politiche.

Per finire alle Europee prima dell’estate, dove siamo cresciuti da nord al centro fino al sud e alle isole, garantendo tra l’altro a tutti gli italiani la possibilità di scegliere i loro europarlamentari grazie alla nostra vittoria nella battaglia sulle preferenze, e alle amministrative, dove ci siamo presentati da soli nell’85% dei casi e dove, da Bari a Macerata, da Torino a Napoli, da nord a sud, tutti hanno compreso che senza i nostri voti non si vince.

I risultati delle Europee, delle amministrative ed il pesantissimo fallimento del referendum sulla legge elettorale che rappresentava l’estremo tentativo di introdurre artificialmente nel sistema politico italiano il bipartitismo, hanno chiuso definitivamente una fase e ne hanno aperta un’altra.
Abbandonata l’illusione di distruggerci, i due schieramenti alla nostra destra e alla nostra sinistra hanno avviato una nuova strategia nei nostri confronti, quella del corteggiamento.
Per tutta l’estate abbiamo registrato lusinghe e richieste di matrimonio.
Siamo diventati l’oggetto del desiderio del Pdl e del Pd.
Tutti vogliono allearsi con noi.
E’ chiaro che questa rinnovata attenzione nei confronti del Centro ci fa piacere.
Ma evidentemente Pd e Pdl non hanno ancora compreso che il tema delle alleanze ci appassiona assai poco.
Allearci per dare vita ad una riedizione della Casa delle Libertà morta e sepolta poco più di un anno fa non ci interessa.
Come non ci interessa partecipare alle sedute spiritiche di rievocazione dell’Ulivo.
Non ci iscriviamo al partito dei nostalgici delle coalizioni che mettevano insieme tutto e il suo contrario che unisce ogni giorno di più Pd e Pdl, sempre più consapevoli che nelle condizioni attuali non sono in grado di offrire risposte adeguate ai problemi del Paese.

Abbiamo un progetto nuovo e siamo intenzionati a portarlo avanti.
Ecco perché siamo qui oggi.
Ecco perché abbiamo organizzato gli Stati Generali del Centro.
Solo dal Centro può arrivare al Paese la spinta di innovazione, la spinta riformatrice, di modernizzazione e al tempo stesso moderazione di cui ha bisogno l’Italia.

Berlusconi e gli antiberlusconiani negli ultimi quindici anni si sono alternati alla guida dell’Italia ed hanno proposto sempre la stessa ricetta: un bipolarismo rissoso e inconcludente, incapace di risolvere i problemi reali, di fare quelle riforme su cui tutti sembrano d’accordo a parole ma che nei fatti rimangono sempre nel cassetto. Pensare che oggi possiamo essere disposti a puntellare questo sistema che sta collassando, con Berlusconi ormai avviato verso una fase discendente, gli antiberlusconiani proprio per questo in crisi d’identità, ed i fatti che ci danno ragione, è semplicemente un’assurdità.

Non ci interessa allearci con un Pd che da quando è nato è costantemente in crisi.
E’ dal discorso di Veltroni del Lingotto di due anni fa che il Partito Democratico è inceppato sulla stessa domanda: possono convivere in un unico soggetto la cultura post comunista e quella democratico cristiana?
Se a distanza di due anni ancora non si è trovata una soluzione forse è il caso di prendere atto che quella risposta non può che essere negativa.
E allora forse è davvero il momento che i tanti democratici cristiani che ancora sono nel Pd ma che non si sentono da tempo più a casa comincino a pensare ad un futuro diverso.

Per molti mesi ci si è chiesto con un misto di scetticismo e aria di superiorità di dare segnali di apertura, di mostrare coraggio, di confermare con i fatti le nostre scelte. Abbiamo dimostrato coraggio e confermato con le mosse concrete che facciamo sul serio. Non soffriamo di strabismo né a destra né a sinistra.
Abbiamo aperto un cantiere per costruire un partito nuovo, autonomo e di centro e dimostrato la nostra piena disponibilità a lavorare da pari a pari, fianco a fianco, senza rivendicare primogeniture, con chiunque abbia in mente lo stesso progetto e condivida la critica radicale a questo bipolarismo.

A questo proposito volevo ringraziare tutti gli Amici della Costituente di Centro per lo straordinario clima di collaborazione e di amicizia che si è venuto a creare, e per l’impegno appassionato che dedicano a questo progetto.
I nostri segnali li abbiamo dati e sono tutti chiari. Ora tocca agli altri, ai cattolici e ai laici moderati del Pd e del Pdl, a quanti non possono più fingere di non vedere i danni che questo bipolarismo sta producendo al Paese, fare la loro parte. In ogni caso noi non ci fermeremo. La storia di quest’ultimo anno che ho appena ricordato dimostra che non si tratta di una questione di uomini, che tutti siamo utili ma che nessuno è indispensabile.
Il consenso che stiamo raccogliendo è frutto della validità delle nostre idee assai prima e più di chi le sostiene.
Di certo comunque non possiamo pensare di stringere alleanze organiche con un Pd avvinghiato al populismo di Di Pietro.
Un alleato che con i suoi attacchi ripetuti al Capo dello Stato dimostra di non avere alcuna sensibilità istituzionale.

Un alleato capace di raccogliere le firme per il referendum elettorale e poi di schierarsi contro quello stesso referendum per pura convenienza.
Un alleato che compra pagine pubblicitarie di giornali all’estero per sparare a zero sul Paese e tirare per la giacca la Corte Costituzionale proprio come fanno i suoi avversari che tanto dice di voler contrastare.
Finché i due poli saranno governati dalle estreme noi continueremo a tenerci alla larga da entrambi e manterremo la nostra posizione di equidistanza.
E questo vale naturalmente anche per il Pdl.

Un partito che specularmente al Pd soffre per le contraddizioni sempre più evidenti al suo interno e soffre al suo esterno per un rapporto con la Lega che assomiglia ogni giorno che passa più ad una sindrome di Stoccolma che ad un’alleanza politica.
Che futuro può avere un partito che a poco più di un anno dalla sua nascita vede i suoi due unici fondatori già in lite su tutto?
Che oltre alle divisioni tra ex An ed ex Forza Italia comincia a sgretolarsi anche sul piano territoriale, con gli esponenti del sud che pensano a costruire un altro partito territoriale per controbilanciare lo strapotere della Lega?

Che futuro può avere soprattutto un partito che parla con una sola voce, che si nasconde dietro un’unica ombra ed accetta un unico pensiero, quello di Berlusconi?
Ecco allora che tutti i discorsi fatti dagli altri e non da noi questa estate sulle alleanze non hanno alcun senso.
Perché non ha senso parlare di alleanze con partiti così malmessi e chi tra noi ancora perde tempo a pensarci, magari in periferia, davvero non ha capito niente o fa finta di non capire.
La realtà è che il Paese in questo momento ha bisogno di tutto tranne che di discorsi inutili su inutili alleanze.
Avrebbe bisogno di risposte serie ai suoi problemi a cominciare dal Governo e dalla sua maggioranza.
E invece dopo un anno di legislatura siamo costretti a prendere atto che purtroppo questo Governo e questa maggioranza non sono già ora in grado di fare più nulla per il Paese.
Di questi primi quindici mesi di governo gli unici ricordi che resteranno oltre alla gestione delle emergenze e a una valanga di risse e polemiche senza fine, saranno il disastro dell’Alitalia regalata a spese dei contribuenti a un gruppo di imprenditori, i soldi buttati per abolire l’Ici che stanno costringendo i Comuni a tagliare i servizi e assai poco altro.
Già oggi, purtroppo, il prodotto interno lordo crolla e ci riporta indietro di otto anni, un milione di posti di lavoro stanno andando in fumo e si accendono tensioni sociali che rischiano di esplodere. E ancora, i lavoratori sono costretti a salire sui tetti per ottenere un po’ di attenzione, le piccole e medie imprese rischiano il collasso e le famiglie sono costrette ad utilizzare i loro risparmi per sopperire alla mancanza di ammortizzatori sociali che nonostante le solite promesse del presidente del Consiglio e del Ministro dell’Economia lasceranno indietro senza tutela un milione e seicentomila precari.

Di fronte a queste emergenze il Governo si è rinchiuso in un fortino e gioca alla guerra contro tutti.
Siamo in guerra contro le banche, che tanto sono impopolari e quindi sono sempre un buon bersaglio, anche se dopo un anno di battaglie a parole Tremonti dovrebbe forse ammettere almeno di non essere stato capace di ottenere risultati: che fine hanno fatto i prefetti che avrebbero dovuto vigilare sulla concessione del credito alle imprese?
Perché sono falliti i Tremonti bond?
Siamo poi in guerra contro gli economisti di tutto il mondo e gli organismi economici internazionali perché si permettono di fare il loro mestiere, ovvero analizzare le situazioni economiche dei singoli Paesi e formulare le loro previsioni.
Siamo in guerra contro le Procure e i giudici, contro i pochi giornali e qualche televisioncina che si permette di esercitare il diritto di critica e contro i mezzi di informazione di tutto il pianeta che osservano allibiti le evoluzioni del nostro premier.
Siamo in guerra contro l’Unione Europea, che ci richiama per la nostra politica disumana con gli immigrati, uomini, donne e bambini che stiamo respingendo sui barconi in Libia senza nessuna garanzia sul rispetto dei loro diritti umani, senza distinguere tra chi avrebbe diritto d’asilo perché perseguitato nel suo Paese e chi deve tornare a casa.
Siamo in guerra con il Parlamento considerato un ente inutile e pieno di fannulloni e poco importa se si tratta di una guerra ridicola visto che questo governo dispone della maggioranza più ampia della storia Repubblicana e i cosiddetti fannulloni se li è scelti personalmente il presidente del Consiglio grazie alla legge elettorale.
L’ansia da accerchiamento è tale per cui anche il Parlamento va commissariato e le leggi ormai vengono approvate soltanto con il ricorso alla fiducia.
Siamo in guerra con la Chiesa che si permette di criticare le politiche migratorie dettate dalla xenofobia leghista e di chiedere una condotta più discreta a chi ha la responsabilità di rappresentare il governo dell’Italia davanti agli italiani e al mondo.
In politica estera ci stiamo isolando e ormai i nostri partner più affidabili, più dell’Unione Europea e degli Stati Uniti che ci guardano attoniti, sembrano essere diventati Gheddafi e Putin.

Il primo, un dittatore che ha appena accolto un terrorista come un eroe e il secondo, ex capo del Kgb, che usa le risorse del sottosuolo per costringere gli Stati vicini a ritornare sotto l’influenza russa, con buona pace dell’europeismo e dell’atlantismo che dovrebbero essere sempre le nostre stelle polari.
E, consentitemi di aprire una parentesi su questo punto: è altrettanto paradossale ma è l’ennesima riprova che destra e sinistra si assomigliano fin troppo in questo bipolarismo italiano, il modo in cui la sinistra pochi giorni fa ha accolto un altro dittatore, Chavez, alla Mostra del Cinema di Venezia. Si è vista la stessa irresponsabile ammirazione con cui la destra ha ricevuto Gheddafi in estate a Roma.

Avremmo bisogno, dicevo, di riforme strutturali, a partire da una seria ed ampia riforma della previdenza che tenga conto dell’allungamento della vita media, di rimettere sotto controllo la spesa pubblica che la politica dei tagli lineari di Tremonti ha fatto riesplodere per oltre trenta miliardi in un anno e che graverà sulla ripresa economica e sulle future generazioni, di liberalizzare i servizi pubblici locali, di eliminare sprechi ed enti inutili.

Si doveva partire dall’abolizione delle province su cui anche la maggioranza si era impegnata in campagna elettorale e di cui ora invece finge di essersi dimenticata per non scontentare la fame di poltrone della Lega.
Avremmo bisogno soprattutto di offrire un sostegno concreto alle famiglie, introducendo finalmente nel nostro fisco il quoziente familiare che garantirebbe maggiore equità e maggiori risorse ai nuclei più numerosi, anziché metterli in difficoltà come con la riforma della scuola che altro non è che un po’ di maquillage su un gigantesco taglio di risorse deciso da Tremonti.

Un taglio che a pochi giorni dall’apertura delle scuole sta creando il caos, con i genitori che ancora non sanno se i loro figli avranno il tempo pieno, con i tagli al personale docente e non docente, con le scuole lasciate senza bidelli, con lo scandalo di insegnanti precari, cui va tutta la nostra solidarietà, che dopo dieci, quindici, in alcuni casi perfino venti anni di sacrifici anziché ricevere la notizia della meritata assunzione si sono visti chiudere la porta in faccia.
Questa è la realtà, la fiction la lasciamo ad altri.

Se il Governo facesse sua questa agenda di riforme, se si presentasse alla riapertura del Parlamento con delle proposte su questi temi, non solo avrebbe la forza di approvarle, ma troverebbe nell’Unione di Centro un interlocutore attento e disponibile al dialogo.
La nostra disponibilità a cercare convergenze su provvedimenti che riteniamo utili per il Paese infatti non è mai mancata nel corso di questa legislatura e non verrà mai meno.

Ma è difficile dialogare con chi ha tempo solo per armare la penna avvelenata dei giornali di famiglia, salvo poi raccontare la favoletta di non essere d’accordo con il direttore che ha appena assunto a suon di milioni di euro, con chi si preoccupa soltanto di tappare la bocca a chi dissente, come è avvenuto nel caso del direttore di Avvenire Boffo – un cristiano vero, a cui va tutta la nostra solidarietà.
Considerato un pericolo, proprio perché non poteva essere omologato facilmente tra i nemici, da chi ha trasformato nel giro di pochi mesi un partito che aveva garantito più libertà per tutti i cittadini nel Partito della Libertà di Censura.
Anche i grandi leader democristiani venivano quotidianamente criticati e attaccati dalla stampa. Ma nessun leader democristiano ha mai pensato di impedire a nessuno, nemmeno ai personaggi più scomodi, di andare in onda ed esprimere le loro opinioni.
E’ difficile dialogare con chi a parole dice di richiamarsi a statisti come De Gasperi e poi nei fatti governa solo in base ai sondaggi.
La politica non si fa coi sondaggi, altrimenti non è più politica.
Pensate ad esempio ad Helmut Kohl: se avesse ascoltato i sondaggi e seguito le opinioni di certi giornali non avrebbe unificato le due Germanie.
Ma avrebbe fatto la cosa giusta per il suo Paese?
La verità è che il Governo è impegnato a coprire la sua incapacità di fare qualunque cosa.
Da un lato inventandosi sempre nuovi nemici che lo ostacolerebbero e dall’altro con la solita tecnica degli annunci popolari e populisti a cui non segue mai un fatto.
Ed è una tecnica che purtroppo credo verrà utilizzata sempre di più, perché di una cosa a mio avviso questo Governo ha veramente il terrore: ha il terrore della ripresa.
Berlusconi e quel geniaccio di Tremonti che - detto tra noi - non ne indovina una, non temono la crisi. Finché il mondo è in crisi hanno un paravento dietro cui nascondersi.
Possono raccontare che la crisi non c’è, che è meno dura di quelle degli altri, che sta passando.
Possono riempirci di favole. Ma il loro terrore è che la ripresa mondiale arrivi.
E alcuni segnali da varie parti del mondo dicono che sta arrivando.
Sarà quello il momento in cui si vedrà tutta la loro inadeguatezza.
Il mondo sta per ripartire, l’Italia purtroppo rimarrà ferma o al massimo crescerà di qualche briciola di decimale. Resterà ferma perché il suo governo non ha fatto niente. Solo chiacchiere.
Resterà ferma perché da quando si è immolata a questa assurda divinità del bipolarismo non ha approvato le riforme che aspetta da quindici anni.

Le forze più estreme hanno ingessato il Paese.
E non è un caso se pochi giorni fa Calderoli in un’intervista al Corriere della Sera ha sparato a zero sull’ipotesi di un piano – peraltro fantomatico - per la nascita del Grande Centro in Italia, dicendo che sarebbe una minaccia per Berlusconi, la Lega e Di Pietro.

I populisti e le forze più estreme che ormai guidano i due schieramenti sono proprio i più fieri sostenitori della conservazione del sistema attuale e si difendono insieme.
Ma noi non possiamo e non vogliamo rassegnarci ad un’Italia come quella che hanno in mente i populisti.

E non vorremmo più trascorrere un’intera legislatura a discutere di un federalismo vuoto e dannoso, di ronde, di medici e presidi spia, di esami di dialetto ai professori, del dialetto nelle lezioni e nelle fiction televisive, di gabbie salariali, del boicottaggio del 150esimo anniversario dell’Unita’ d’Italia, degli attacchi all’inno e alla bandiera italiana, dei regali agli allevatori disonesti per le quote latte, dei giochini scemi su internet per respingere gli immigrati mentre decine di esseri umani disperati affogano nel Mediterraneo.
Di discorsi allucinanti riferiti agli stranieri che verrebbero in Italia solo per delinquere.

Ma sappiamo tutti, compresa la Lega, che sono circa quattro milioni i lavoratori extracomunitari regolari che danno un contributo essenziale alla nostra economia.
E poi, gli attacchi scriteriati alla Chiesa, all’Unione Europea: gli esempi sono infiniti, e ormai scandiscono l’agenda del governo ma ancora di più obbligano ogni giorno il Paese a confrontarsi con queste iniezioni di veleno che non si possono e non si devono sottovalutare.
Non sono semplici sparate: sono il frutto di un disegno preciso, quello di scardinare l’unità del Paese.
Per questo poniamo una clausola fin da subito: potremo stringere alleanze solo con chi farà dell’interesse nazionale e dell’unità di questo Paese il perno della sua azione politica a livello nazionale e locale.
Non siamo e non saremo mai dei moralisti.
Ma oggi più che mai, di fronte a questi e ad altri comportamenti, ai messaggi che alcuni media tentano di dare, al tentativo di minimizzare qualsiasi cosa dicendo “così fan tutti”, crediamo che l’Italia abbia assoluto bisogno di una forza politica ancorata a principi, valori e ideali saldi, che rappresentano la base comune della nostra identità di italiani ed europei.

Di una forza laica che affondi le proprie radici nella nostra comune identità cristiana, che si riconosca negli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa, che metta al centro la famiglia e le fasce deboli.

Che tuteli il diritto alla vita fin dal suo concepimento e stia dalla parte della vita anche nel momento della morte – e su questo non arretreremo di un millimetro quando la legge sul testamento biologico arriverà alla Camera nei prossimi giorni – e che soprattutto non faccia mai dei valori fondanti in cui si riconosce, merce di scambio politico.

All’affermazione di questi valori lavoreremo a livello nazionale, regionale e periferico.
E in funzione di questa affermazione ci muoveremo anche in vista delle prossime elezioni regionali.
Lavoreremo regione per regione, organizzando delle assemblee regionali nei prossimi mesi per arrivare entro la fine dell’anno ad una grande assemblea nazionale in cui tireremo le fila di tutte le decisioni assunte.
E in ogni regione, assai più che di alleanze, discuteremo soprattutto di programmi e di persone.

Se poi, negli altri schieramenti, gli uomini ed i programmi saranno compatibili con i nostri, allora e soltanto allora potremo avviare un discorso di possibili alleanze. Altrimenti andremo da soli.
Di certo non accetteremo né persone né programmi decisi altrove e imposti da altri.
A livello organizzativo, a partire dal 15 settembre apriremo il tesseramento che ci condurrà alla nascita del nuovo soggetto.
Una nascita che verrà celebrata attraverso un congresso democratico, che si svolgerà dopo le elezioni regionali, prima dell’estate o subito dopo nell’autunno prossimo.

Fin da subito comunque daremo vita a un ampio coordinamento della Costituente e ad una commissione per il tesseramento che garantiscano la trasparenza e la democraticità del percorso che ci condurrà alla nascita del nuovo soggetto, a livello nazionale e periferico.
Quel che è certo è che sarà un partito aperto, democratico al proprio interno, con regole chiare ed un’ampia autonomia decisionale decentrata.
Un’autonomia che non sarà soltanto nella forma ma anche nella sostanza, dal momento che i comitati provinciali e regionali avranno a disposizione gran parte delle risorse derivanti dal tesseramento.
Ora ci concentreremo tutti sulle elezioni, ma subito dopo lavoreremo per i congressi locali e regionali in preparazione di quello nazionale fondativo.

Ancora non so dire come si chiamerà il nuovo partito.
Quello che so già è che sarà un partito vero, moderno ma vero.
E mi auguro che il mondo dell’associazionismo cattolico e laico, che il mondo dell’imprenditoria e delle professioni, che le famiglie ed i lavoratori pubblici e privati, che i giovani, le donne, su cui intendiamo puntare sempre di più, gli anziani, si mobilitino con noi e ci accompagnino in questo cammino.
Dobbiamo costruire un nuovo soggetto che sarà diverso da tutti gli altri almeno per una cosa fondamentale: per l’attenzione concreta che saprà dedicare ai problemi degli italiani e dell’Italia.
Questo è l’unico nostro interesse.
E a questo dedicheremo ogni nostra energia.
Grazie

 

 

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